Archive for the ‘Cristología’ category

Dos reacciones al comentario de Martini

mayo 26, 2007
Hace dos días, Rubén García Peláez nos ofrecía la traducción italiana de una conferencia dada por el Cardenal Carlo Maria Martini en la sede de la Unesco, en París. Poca presentación necesita ante nuestros lectores el cardenal: antiguo profesor de Crítica Textual del Nuevo Testamento en el Pontificio Instituto Bíblico, arzobispo de Milán y autor de numerosos libros de investigación científica y de lectura espiritual de la Biblia. En su conferencia de París, Martini realizaba su comentario personal al libro “Jesús de Nazaret” escrito por Joseph Ratzinger, respondiendo a la invitación del autor de no acoger su libro como un acto de magisterio y de prestarse al debate científico (“Cualquiera es libre de contradecirme“). Pues bien, si hace dos días veíamos la reacción de Martini, ayer el diario italiano Il Corriere della Sera nos ofrecía dos reacciones al texto de Martini: una a favor del Papa, otra a favor de Martini. Es innegable la habitual maniobra italiana de contraponer al cardenal (hoy Pontífice) bávaro con el otrora cardenal milanés, como dos figuras alternativas; estrategias periodísticas aparte, los dos comentarios son de gran interés.
A favor del Pontífice” se manifiesta el periodista Vittorio Messori, dispuesto como siempre a salir en defensa del leso honor del sucesor de Pedro (y digo yo: si no hay ofensa, ¿por qué una defensa?). Su argumento es sencillo: Martini descalifica al Papa, sacándole de las estanterías de teología para llevarle a las de espiritualidad; el prestigio científico de Ratzinger, según Messori, queda minado con dos declaraciones:
1) Ratzinger no es un exegeta profesional, sino un teólogo dogmático. Martini afirma que Ratzinger no cita el aparato crítico de las ediciones modernas de los evangelios (en las que, por cierto, colaboró el mismo Martini).
2) Ratzinger está muy al día de la exégesis de su tiempo, no de la exégesis actual.
Con estos dos trazos, afirma Messori, Martini vendría a decir que Ratzinger, en lo que a interpretación bíblica se refiere, sería “poco menos que un profano, además no actualizado” (“Quasi un profano, per giunta non aggiornato“). Messori no pierde la ocasión de insinuar que Martini ha dado su propia visión de Jesús, aunque confiese que sea fácil para un católico contradecir lo que dice un papa.

A favor del purpurado” (es decir, de Martini) se manifiesta Alberto Melloni. Es miembro de la “Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII di Bologna” y, por tanto, colaborador de Giuseppe Alberigo. Me atrevo a resumir la tesis de Melloni de la siguiente manera: la Teología para los teólogos y Ratzinger ya no es el teólogo que era. Melloni ve en el libro de Ratzinger un intento de la pluralidad de relatos sobre Jesús a un único mensaje, coincidente con el Credo de la Iglesia; de paso, el estudioso Melloni se descuelga con algunas reflexiones sobre la ignorancia del clero y la posible contribución del libro de Ratzinger a tal ignorancia (¿debo suponer que Melloni insinúa que el libro de Ratzinger sustituirá a los tratados de Cristología en los seminarios?).

En fin. Les dejo el texto en italiano, para que saquen sus propìas conclusiones. La mía es que el periódico equivocó los títulos: el comentario de Messori debería llamarse “Contra Martini” y el de Melloni “Contra Ratzinger. Además, ninguno de los dos comentaristas se sitúa a la altura de los dos interlocutores en cuestión: Ratzinger y Martini, dos hombres de iglesia, dos hombres de ciencia que, con honestidad y limpieza de corazón, ofrecen al mundo los tesoros de toda una vida dedicada al estudio y la contemplación del misterio de Cristo. Como intelectuales, sirven a la ciencia, no a determinadas ideologías (bastante manifiestas en los casos de Messori y Melloni); como hombres de Iglesia, se deben sólo a la Verdad dicha en la Caridad.

Deberemos esperar para encontrar algún comentarista que esté a la altura del debate y no aproveche (como hacen Messori y Melloni) para ajustar sus cuentas con determinadas posturas eclesiales.

IN DIFESA DEL PONTEFICE

«Il cardinale declassa il libro a pura meditazione spirituale»

di VITTORIO MESSORI

Carlo Maria Martini merita sempre un ascolto attento. Naturalmente, nella consapevolezza che in lui vive un grande interprete della tradizione della Compagnia di Gesù. Per i figli di sant’Ignazio, nulla è univoco («numquam nega, raro adfirma», recita un loro motto), la doverosa strategia cattolica dell’et et — mai dell’aut aut — può spingersi sino all’ambiguità. Nel senso, ovviamente, più nobile.
Così, il lettore non smaliziato può equivocare, leggendo gli elogi finali di Martini al testo su Gesù scritto da Benedetto XVI, ma come professor Joseph Ratzinger: «A mio avviso, il libro è bellissimo, si legge con una certa facilità e ci fa capire meglio Gesù Figlio di Dio e al tempo stesso la grande fede dell’autore». Così il già metropolita di Milano, apparentemente entusiasta. Ma chi abbia orecchio esercitato si allarma a quel riferimento alla «fede dell’autore». Allarme che già era suonato, deciso, nella frase che immediatamente precede: «Quest’opera è una grande e ardente testimonianza su Gesù di Nazareth e sul suo significato per la storia dell’umanità». Con, inoltre, un’aggiunta dal suono edificante ma nella quale un malizioso potrebbe scorgere un sorriso: «È sempre confortante leggere testimonianze come questa».
In effetti, la recensione di Martini — letta nella sede dell’Unesco, alla presenza dei rappresentanti della smagata e diffidente Conferenza episcopale di Francia — sembra costruita per traslocare il libro di Ratzinger dallo scaffale della esegesi biblica a quello dei testi di spiritualità, di riflessione edificante, di testimonianza personale.

Il cardinale, già illustre docente di critica neotestamentaria al Pontificio istituto biblico, ricorda subito che Ratzinger «non è biblista ma teologo e, sebbene si muova agilmente nella letteratura esegetica del suo tempo, non ha fatto studi di prima mano, per esempio sul testo critico del Nuovo Testamento». Quasi un profano, per giunta non aggiornato, fermo alla esegesi non «del nostro» ma «del suo tempo»: di quando, cioè, trent’anni fa, il teologo bavarese teneva cattedra. In effetti, il professor Martini addita subito alcuni errori, equivoci o conclusioni che uno specialista come lui non può condividere, come l’attribuzione del quarto vangelo a Giovanni di Zebedeo. Non, dunque, questo di Ratzinger, un libro «scientifico», in grado di confrontarsi con il metodo storico-critico che pure vorrebbe ridimensionare, bensì un testo di pastorale e di apologetica, «una meditazione sulla figura di Gesù e sulle conseguenze del suo avvento per il tempo presente». Un declassamento soave, elegante e al contempo drastico che non contrasta con le righe finali martiniane: «Pensavo anch’io, verso la fine della mia vita, di scrivere un libro su Gesù (…) Ora, mi sembra che quest’opera di Joseph Ratzinger corrisponda ai miei desideri e alle mie attese e sono molto contento che lo abbia scritto…» Parole che vanno lette alla luce di quelle dove si ricorda l’avvertimento di Ratzinger che qui si propone come studioso e non come Papa. D’accordo, osserva Martini, «ma pensiamo che non sia facile per un cattolico contraddire ciò che è scritto in queste pagine». Dunque, come fare, se si è cardinali, seppure ritirati a Gerusalemme, a proporre un libro con una lettura ben diversa dei rapporti tra il Gesù della storia e il Cristo della fede? Meglio soprassedere, almeno per ora: anche la lunga pazienza è una virtù ignaziana.

Corriere della sera, 25 maggio 2007

IN DIFESA DEL PORPORATO

«La fatica degli interpreti non si può liquidare d’ufficio»

di ALBERTO MELLONI

La presentazione del volume del Papa fatta dal cardinal Martini testimonia le potenzialità e i problemi posti da un’opera che prosegue, dentro il servizio papale, lo stile con cui il cardinale Ratzinger, pur prefetto della dottrina della fede, s’era preso la libertà di entrare ut privatus magister nella discussione teologica. Il recente libro su Gesù si muove in questa direzione.
Chiede semplicemente un ascolto amichevole delle tesi che esprime: ma, come nota Martini, non è proprio agevole distinguere questi piani e leggere quest’opera come quella di un qualsiasi autore: e questo non solo a causa della copertina, ma del contenuto. Certo sarebbe un servizio prezioso se questo Gesù di Nazareth aprisse una discussione molto serena e molto profonda sullo statuto dell’esegesi storico-critica, sulle ragioni della indifferenza che essa suscita in troppa predicazione cattolica, sullo sprezzo con cui la tratta un conservatorismo facilone e ignorante, sulle ragioni che vedono sempre più basso sull’orizzonte della vita cristiana la figura di Gesù, sul suo abbandono alle edulcorazioni settarie o agli approcci faciloni eccitati dall’odore di una rivincita anti illuminista.
Ma sappiamo tutti che è una ipotesi remota. Sì: il cardinal Martini, dall’alto della sua competenza di studioso del testo del Nuovo Testamento, al riparo della porpora e della luminosa testimonianza di sapienza cristiana, può permettersi qualche cautela quando il Gesù di Ratzinger tratta con la disinvoltura di chi pensa che in fondo tutto ciò che ha affaticato generazioni di esegeti possa essere liquidato in poche frasi. Per molti altri, per tutti gli altri, problematizzare il metodo e le posizioni del libro non magisteriale del romano pontefice significa assumersi un rischio, il che nella chiesa non è mai positivo. Bisogna prenderne atto, così come bisogna apprezzare che Martini, ancora una volta, scelga di difendere, assumendola su di sé, la liceità di una posizione «altra» sulle materie che lo consentono o lo esigono.
Al tempo stesso conviene essere serenamente consapevoli che il libro di Ratzinger papa non pone rimedio (e se mai aggrava) il problema dei problemi del cattolicesimo degli ultimi 250 anni, che è quello della cultura del clero. Esso legittima con l’autorità di un fine intellettuale una pericolosa diffidenza verso la ricerca, in nome di una eloquenza teologica nel presente della fatticità evangelica assunta in modo acritico e concordistico. E a un clero che studia sempre meno, sempre peggio, il Gesù di Ratzinger non servirà per coprire la superficialità che riluce oggi senza bisogno di commenti dalla vetrina delle librerie religiose, non solo in Italia?
Al di là degli effetti, però Martini accenna a quello che secondo me è il nodo centrale del libro per il futuro della Chiesa: perché nel Gesù di Ratzinger, infatti, l’insieme dei testi e racconti ha un solo significato che è perfettamente coincidente con la fede come espressa dal credo ed è perfettamente rappresentato nella Chiesa, specialmente dove essa resiste come controcultura. È una prospettiva che scalza tutto il dinamismo di riforma che dal IV al XX secolo ha invece colto nell’oggi le rughe di una infedeltà dolorosa della Chiesa e nella riscoperta della verità evangelica la grazia per la riforma. Anche su questo si dovrebbe riflettere, pensare, dialogare: o forse si riflette e si dialoga già, al riparo della concorrenza fra best sellers a sfondo gesuano.

Corriere della sera, 25 maggio 2007

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Prefacio sobre el libro: "Jesús de Nazaret"

noviembre 24, 2006
Esta mañana, la Agencia de Información Zenit ha publicado algunas notas traducidas del que será el prefacio del libro sobre Jesús que ha escrito el Papa Benedicto XVI. Publicamos aquí este estracto, por el comentario y la revisión que de algunas cuentiones centrales de la cristología se sugieren en el texto.

Prefacio

He llegado al libro sobre Jesús, del que presento ahora la primera parte, tras un largo camino interior. En los tiempos de mi juventud –los años treinta y cuarenta– se publicaron una serie de libros apasionantes sobre Jesús. Recuerdo el nombre de algunos autores: Karl Adam, Romano Guardini, Franz Michel Willam, Giovanni Papini, Jean Daniel-Rops. En todos estos libros la imagen de Jesucristo se delineaba a partir de los evangelios: cómo vivió sobre la Tierra y cómo, a pesar de ser plenamente hombre, llevó al mismo tiempo a los hombres a Dios, con el cual, como Hijo, era una cosa sola. Así, a través del hombre Jesús, se hizo visible Dios y a partir de Dios se pudo ver la imagen del hombre justo.
A partir de los años cincuenta, cambió la situación cambió. El desgarre entre el «Jesús histórico» y el «Cristo de la fe» se hizo cada vez más grande: uno se alejó del otro rápidamente. Pero ¿qué significado puede tener la fe en Jesucristo, en Jesús Hijo del Dios viviente, si después el hombre Jesús era tan distinto de cómo lo presentaban los evangelistas y de cómo lo anuncia la Iglesia a partir de los Evangelios?
Los progresos de la investigación histórico-crítica llevaron a distinciones cada vez más sutiles entre los diversos estratos de la tradición. Detrás de ellos, la figura de Jesús, sobre la que se apoya la fe, se hizo cada vez más incierta, tomó rasgos cada vez menos definidos.
Al mismo tiempo, las reconstrucciones sobre este Jesús, que debía ser buscado tras las tradiciones de los evangelistas y sus fuentes, se hicieron cada vez más contradictorias: desde el revolucionario enemigo de los romanos que se oponía al poder constituido y naturalmente fracasa, al manso moralista que todo lo permite e inexplicablemente acaba por causar su propia ruina.
Quien lea varias de estas reconstrucciones puede constatar enseguida que son más fotografías de los autores y de sus ideales que el verdadero cuestionamiento de una imagen que se ha hecho confusa. Mientras, iba creciendo la desconfianza hacia estas imágenes de Jesús, y la misma figura de Jesús se iba alejando cada vez más de nosotros.
Todos estos intentos han dejado tras de sí, como denominador común, la impresión de que sabemos muy poco sobre Jesús, y que sólo más tarde la fe en su divinidad ha plasmado su imagen. Mientras tanto, esta imagen ha ido penetrando profundamente en la conciencia común de la cristiandad. Semejante situación es dramática para la fe, porque hace incierto su auténtico punto de referencia: la amistad íntima con Jesús, de quien todo depende, se debate y corre el riesgo de caer en el vacío. […]
He sentido la necesidad de dar a los lectores estas indicaciones de carácter metodológico para que determinen el camino de mi interpretación de la figura de Jesús en el Nuevo Testamento. Por lo que se refiere a mi presentación de Jesús, esto significa ante todo que yo tengo confianza en los Evangelios. Naturalmente doy por descontado cuanto el Concilio y la moderna exégesis dicen sobre los géneros literarios, sobre la intencionalidad de sus afirmaciones, sobre el contexto comunitario de los Evangelios y sus palabras en este contexto vivo. Aceptando todo esto en la medida en que me era posible, he querido intentar presentar al Jesús de los Evangelios como el verdadero Jesús, como el «Jesús histórico» en el verdadero sentido de la expresión.
Estoy convencido, y espero que se pueda dar cuenta también el lector, de que esta figura es mucho más lógica y desde el punto de vista histórico también más comprensible que las reconstrucciones con las que nos las hemos tenido que ver en las últimas décadas.
Yo creo que precisamente este Jesús –el de los Evangelios– es una figura históricamente sensata y convincente. Sólo si sucedió algo extraordinario, sólo si la figura y las palabras de Jesús superaban radicalmente todas las esperanzas y las expectativas de la época, se explica la Crucifixión y su eficacia.
Aproximadamente veinte años después de la muerte de Jesús nos encontramos ya plenamente desplegado en el gran himno a Cristo que es la Carta a los Filipenses (2, 6-8) una cristología, en la que se dice de Jesús que era igual a Dios pero que se desnudó a sí mismo, se hizo hombre, se humilló hasta la muerte en la cruz y que a él incumbe el homenaje de la creación, la adoración que en el profeta Isaías (45, 23) Dios proclamó que sólo a Él se le debía.
La investigación crítica se hace con buen criterio la pregunta: ¿Qué sucedió en estos veinte años desde la Crucifixión de Jesús? ¿Cómo se llegó a esta Cristología?
La acción de formaciones comunitarias anónimas, de quienes se intenta encontrar exponentes, en realidad no explica nada. ¿Cómo es posible que agrupaciones de desconocidos pudieran ser tan creativos, ser tan convincentes hasta llegar a imponerse de ese modo? ¿No es más lógico, también desde el punto de vista histórico, que la grandeza se encuentre en el origen y que la figura de Jesús rompiera todas las categorías disponibles y así poder ser comprendida sólo a partir del misterio de Dios?
Naturalmente, creer que aún siendo hombre Él «fuera» Dios y hacer conocer esto envolviéndolo en parábolas y aún de un modo cada vez más claro, va más allá de las posibilidades del método histórico. Al contrario, si a partir de esta convicción de fe se leen los textos con el método histórico y la apertura se hace mayor, éstos se abren para mostrar un camino y una figura que son dignos de fe. Se aclara entonces también la lucha a otros niveles presente en los escritos del Nuevo Testamento en torno a la figura de Jesús y a pesar de todas las diversidades, se llega al profundo acuerdo con estos escritos.
Está claro que con esta visión de la figura de Jesús voy más allá que lo que dice, por ejemplo, Schnackenburg en representación de una buena parte de la exégesis contemporánea. Espero, por el contrario, que el lector comprenda que este libro no ha sido escrito contra la exégesis moderna, sino con gran reconocimiento por lo mucho que sigue aportándonos.
Nos ha hecho conocer una gran cantidad de fuentes y de concepciones a través de las cuales la figura de Jesús puede hacerse presente con una vivacidad y una profundidad que sólo hace unas pocas décadas no podíamos ni siquiera imaginar. Yo he intentado ir más allá de la mera interpretación histórico-crítica aplicando nuevos criterios metodológicos, que nos permiten una interpretación propiamente teológica de la Biblia y que naturalmente requieren de la fe, sin que por esto quiera yo renunciar en absoluto a la seriedad histórica. Creo que no es necesario decir expresamente que este libro no es en absoluto un acto magisterial, sino la expresión de mi búsqueda personal del «rostro del Señor» (salmo 27,8) Por lo tanto, cada quien tiene libertad para contradecirme. Sólo pido a las lectoras y a los lectores el anticipo de simpatía sin la cual no existe comprensión posible.
Como ya he dicho al comienzo de este prefacio, el camino interior hacia este libro ha sido largo. He podido comenzar a trabajar en él durante las vacaciones de 2003. En agosto de 2004, tomaron forma definitiva los capítulos del 1 al 4. Tras mi elección a la sede episcopal de Roma he utilizado todos los momentos libres que he tenido para sacarlo adelante. Dado que no sé cuánto tiempo y cuántas fuerzas me serán concedidas aún, me he decidido a publicar ahora como primera parte del libro los primeros diez capítulos que van desde el bautismo en el Jordán hasta la confesión de Pedro y la Transfiguración.

[Traducción de trabajo realizada por Zenit. Esta edición no corresponde a la oficial, que será publicada en el libro]